Teologia o Politica della Liberazione?

Ritorna la riflessione teologica nata in Colombia nel Sud America nel 1868 sulla Teologia della Liberazione. Per i non “addetti ai lavori” questa branca della teologia, diremmo abbastanza moderna, nasce subito dopo la pubblicazione dei lavori del Concilio Vaticano II nel 1965. Con l’avvento di una Chiesa Universale che desidera offrire la visione pastorale di Cristo come “Luce delle Genti”, la Chiesa particolare latino-americana si pone presto il quesito sul primato della fede nel giudicare la realtà della società contemporanea ispirandone la conseguente prassi. Il Patto delle Catacombe (guidato da un gruppo di padri conciliari principalmente brasiliani) volle rileggere nei valori cristiani un desiderio di emancipazione sociale e politica a motivo delle dittature militari e dei governi repressivi cominciando ad utilizzare concetti marxisti nelle indagini socio-culturali; la ribellione e la rivoluzione iniziarono ad avere un significante teologico per riportare la “nazione” a pensare secondo le logiche dell’ormai smarrita fede. Tutto questo ebbe inizio a partire dall’Europa, con l’avvento dapprima francese e poi anche italiano dei preti operai; quando poi s’iniziò a temere per l’integrità della fede cristiana, visto che questo percorso rasentava logiche troppo affini al “comunismo” e poco alla “comunione” cristiana, Pio XII nel 1954 fece cessare definitivamente questa esperienza religiosa per ricondurre i pastori di anime al loro ministero pastorale all’esterno delle fabbriche, anche se non tutti accolsero questa decisione lasciando il ministero sacerdotale.

Ma torniamo in sud-america, dove alla luce della Gaudium et Spes (documento conciliare) si desiderò rielaborare e riaffermare la logica della povertà della Chiesa come madre di tutte le situazioni umane oppresse dalle logiche dittatoriali e coloniali dei paesi sottosviluppati e terzomondiali, i quali erano in feroci e sanguinolente trepidazioni socio-politiche; i vescovi scesi in campo per le lotte di liberazione del popolo coniarono il concetto di opzione preferenziale per i poveri. Giovanni Paolo II nel 1979 dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazareth, non si compagina con la catechesi della Chiesa.» Nonostante la vicinanza della Chiesa cattolica ai poveri, la tendenza della Teologia della Liberazione ad accettare postulati marxisti e di altre ideologie politiche non era compatibile con la dottrina sociale della Chiesa Cattolica, specialmente nell’assunto in cui quella teologia sosteneva che la redenzione fosse ottenibile attraverso un compromesso con le esigenze di riscatto sociale dei poveri.

Nel 2007, in Brasile, nel santuario mariano dell’Aparecida, i vescovi latinoamericani discussero e si scontrarono proprio sulla questione delle Teologia della Liberazione e l’intervento dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio fu decisivo nel far prevalere il primato della fede rispetto a quello assegnato al povero in nome di una lettura “ideologizzata” della realtà, così come il 28 luglio, come pontefice, parlerà ai rappresentanti delle conferenze episcopali latinoamericane nel viaggio a Rio de Janeiro avvertendoli che il “riduzionismo socializzante” sconfitto ad Aparecida continua a tentare anche oggi la Chiesa.

Cosa disse in definitiva Aparecida circa la teologia della liberazione e la pastorale in America Latina? Fu la revisione del metodo: “vedere, giudicare e agire”. Precedentemente il “vedere” era e doveva rimanere asettico, crudelmente neutro, prassi che non è certamente realizzabile. Scrive mons. Santoro circa tale caso che: “sempre il vedere è influenzato dallo sguardo. Non esiste un’ermeneutica asettica. La domanda era, allora: con quale sguardo andiamo a vedere la realtà?” Ecco dunque la risposta di Aparecida: Lo sguardo è quello del discepolo, di colui che vuol capire, imparare, entrare nella logica e nella realtà delle cose giudicando con intelligenza (inter-legere -leggere dal di dentro-) e dunque agire. Se questo non avviene, come condannava il cardinal Bergoglio, possiamo incorrere in un pericoloso riduzionismo socializzante; in un’ermeneutica secondo le scienze sociali dal liberismo di mercato fino alle categorizzazioni marxiste.

Concludo con qualche considerazione. Ma è proprio vero che solo nella Chiesa contemporanea si può incappare in questo riduzionismo socializzante, oppure anche la nostra società italiana in questo momento storico della sua vita sociale e politica vive una “politica della liberazione”, una ideologia fotemente marxista, una mera riduzione sociale delle logiche del nostro paese? È solo della Teologia della Liberazione il voler materialmente combattere con forconi e con violenza un’oppressione militarizzante della società, o anche il nostro paese sta tessendo le brame di un appiglio violento e aggressivo che non vede con occhi da discepolo ma con sanguinolenti sguardi accecati dal desiderio di una platonica giustizia che passa dapprima all’agire e poi al capire? Ed infine, non ritengo assolutamente valida una posizione politica fatta d’immobilismo o di genetici compromessi politici per la nostra società, ma credo in una riflessione liberale e cristiana desiderosa di vedere con occhi da discepoli, giudicare con equilibrata sapienza, ed agire con coraggioso cambiamento.

don Andrea Simone