Insegnare agli ignoranti

 

È fuori da ogni dubbio che nessuno, ma proprio nessuno di noi accetterebbe oggi di essere definito “ignorante” senza una qualche reazione di risentimento e di grave offesa. Il motivo non consiste nel fatto che, in quanto cittadini del terzo millennio, ci sentiamo più colti e culturalmente attrezzati di coloro che nel passato ci hanno preceduto, quanto nel fatto che il sapere, quasi ogni forma di sapere sembra attualmente sempre a portata di mano. O più esattamente di mouse. La distanza tra noi e un qualsiasi oggetto di sapere si è enormemente accorciata. Che si tratti di venire ad apprendere il nome di un pittore del seicento o la formula chimica di un minerale o ancora la ricetta di un dolce o infine la trama di un film famoso di cui restano nella memoria solo tracce emotive, basta sempre e comunque, in ogni condizione climatica, in qualsiasi luogo ci si trovi, a qualsiasi ora del giorno o della notte, utilizzare una delle molte connessioni alla rete Internet a nostra disposizione e subito svanisce la percezione del nostro non sapere. Della nostra ignoranza.

Perché dunque considerarsi, o addirittura lasciarsi considerare ignoranti? Si dovrebbe quasi sin dall’inizio dubitare della possibilità di imbastire una riflessione, sperabilmente utile e attuale, su quell’opera di misericordia spirituale che prevede proprio di impegnarsi a insegnare agli ignoranti. Se nessuno, ma proprio nessuno di noi accetta di essere o di finire identificato come ignorante, a chiunque sarebbe destinata tale opera di misericordia? […] Quella dell’insegnare agli ignoranti è dunque un’opera di misericordia spirituale che non dobbiamo dimenticare, ci suggerisce il Papa, ma sarà davvero possibile tutto ciò, se è vero che nessuno, ma proprio nessuno di noi accetterebbe mai di definirsi o di essere definito ignorante?

Per dare risposta a tale quesito, iniziamo a chiederci se sia del tutto vero che, attraverso gli attuali potenti mezzi della comunicazione e dell’informazione, è scomparsa ogni forma di ignoranza. Più precisamente, la domanda da cui partire e la seguente: è davvero realistico pensare che un sapere messo così piattamente e immediatamente a disposizione di tutti come oggi sostanzialmente avviene, ci autorizza a non sentirci più ignoranti e a crederci invece più intelligenti? Non c’è forse un prezzo da pagare quando il venire a sapere qualcosa non e più il frutto di un cammino, di un travaglio, di una ricerca, di una passione fortemente personale, ma è semplicemente il risultato di una velocissima interrogazione di un grande contenitore di dati, spersonalizzato e freddo, privo di corpo e quindi di emozioni e di desideri? Pieno solo di affermazioni e dove manca qualunque dubbio?

La risposta va da sé: il prezzo da pagare c’è! Ne è controprova la constatazione che, come soddisfiamo nel più breve tempo possibile il nostro desiderio di trovare le informazioni che ci servono, tramite le risorse della rete attualmente a nostra disposizione, così a una velocità quasi pari spesso le dimentichiamo. Non le ricordiamo più: un sapere che si forma in questo modo non ha quasi mai il potere di toccare il nostro cuore (il verbo ricordare ha a che fare esattamente con il cuore), la nostra intelligenza, la nostra anima, la nostra immaginazione. Non nutre null’altro che la nostra curiosità spicciola e momentanea. Non cancella in verità la nostra ignoranza. Ci offre solo l’illusione che questo accada.

(Armando Matteo, Insegnare agli ignoranti, Emi, Bologna 2015)