Alfie, una vita considerata “inutile” che ha mosso il mondo

Sergio Centofanti – Città del Vaticano

Grande delusione ieri sera, dopo il nuovo no della Corte d’Appello britannica al ricorso dei genitori di Alfie Evans che chiedevano il trasferimento del figlio in Italia, per farlo assistere dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il piccolo, 23 mesi, soffre di una malattia neuro-degenerativa ancora sconosciuta e, inaspettatamente, sta respirando da solo dalle 23.17 di lunedì, quando i medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool gli hanno staccato il ventilatore per farlo morire.

Alfie sia almeno riportato a casa

I genitori, Tom e Kate, chiedono ora di portare il bimbo a casa. Se riceveranno il no dei medici, torneranno in tribunale. “Io – riferisce Tom – resto seduto accanto al letto di Alfie ogni secondo di ogni giorno. Non soffre e non prova dolore e questo mi incoraggia sempre di più”. Il piccolo ha il battito cardiaco regolare e “sta ancora lottando”.

Mons. Cavina: incomprensibile decisione dei giudici

Sulla situazione, abbiamo intervistato il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina, che la settimana scorsa ha organizzato l’incontro tra il Papa e Tom Evans: “E’ una situazione che suscita angoscia su angoscia perché risulta una decisione veramente incomprensibile in quanto questo bambino continua a vivere. Un bambino che doveva morire dopo 15 minuti dal distacco del ventilatore, in realtà è ancora in vita. Allora, diventa incomprensibile anche questo atteggiamento dei giudici. E qui mi viene in mente quanto ha affermato don Roberto Colombo, genetista della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università cattolica di Roma, che – riprendendo una riflessione del cardinale Sgreccia – diceva che ormai non siamo in presenza di un accanimento terapeutico ma siamo in presenza di un accanimento – così lo definisce – ‘tanatologico’, cioè un’ostinazione ideologica per porre fine all’esistenza di questo bambino”. Sulla stessa linea anche il Patriarca di Venezia , mons. Francesco Moraglia che in una lettera aperta sulla vicenda di Alfie ha così dichiarato: “nessun potere umano (politico può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati e istituzioni scientifiche  riconosciute come eccellenze si facciano carico del piccolo Alfie. Si tratta perlomeno di risparmiare il dolore fino al momento della morte naturale. Solo socì una società progredisce”

Una vicenda che risvegliato tante coscienze

Alfie è diventato il simbolo di tante persone scartate dalla società odierna, voce di chi non ha voce: “Sì, io direi che questa è una delle cose positive che sono emerse da questa tragedia. La vicenda di questo bambino ha veramente coinvolto tanti credenti e non credenti, perché qui c’è la consapevolezza che si sta salvando la dignità della persona umana, il diritto di potere vivere. E quindi mi sembra di poter dire che questa vicenda ha risvegliato veramente tante coscienze”.

Il Papa subito in sintonia con questo dramma

Lei ha permesso l’incontro tra Thomas Evans e il Papa e Papa Francesco è rimasto molto colpito da questa vicenda: “Sì, il Papa è riuscito a entrare immediatamente, con quella umanità che lo caratterizza, in sintonia con il dramma, il dolore, la sofferenza del padre di Alfie. E questo ha permesso a Thomas, il papà, che era molto tremante, molto emozionato per questo incontro, di potersi esprimere veramente liberamente, anche, così, a cuore aperto. E il Santo Padre ha accolto in maniera straordinaria il dramma di questa famiglia ma anche nello stesso tempo tutte le questioni etiche e morali che ci sono dietro. E tanto è vero che poi è uscito con quella straordinaria frase: tu ricordi Dio, che non si rassegna a perdere i suoi figli”.

L’amore contro l’ideologia

Il Papa ha chiesto a Mariella Enoc presidente del Bambino Gesù di fare il possibile  e l’impossibile: “Devo dire che l’Ospedale Bambino Gesù ha dimostrato una disponibilità straordinaria e ha cercato in tutti i modi di operare perché questa opposizione assurda potesse essere cambiata. Ci si è mossi non solo da un punto di vista giuridico e legale ma anche da un punto di vista umano, ponendo contro l’ideologia il valore dell’amore, la grandezza dell’amore. Penso in modo particolare, non solo alle lettere che sono state scritte dall’Ospedale, ma a quella lettera di quelle mamme che hanno i propri figli più o meno nelle stesse condizioni di Alfie, ricoverati al Bambino Gesù. Una lettera che è di una profondità e di una linearità e nello stesso tempo di un’umanità che quando io ho letto mi ha profondamente commosso,  e neanche questa lettera è riuscita a sciogliere i cuori di questi giudici e di questi medici, e questo diventa veramente incomprensibile”.

La presenza dei poliziotti, segno di debolezza

Colpiscono le immagini dei poliziotti presenti all’ospedale, davanti all’entrata e vicino alla stanza di Alfie: “Sì, cosa che rivela forse anche la debolezza della posizione dell’ospedale. Se ha bisogno dei poliziotti per difendere la propria posizione, vuol dire che c’è il sentimento della gente che capisce che questa decisione contraddice proprio alla realtà dei fatti: che questo bambino continua a vivere”.

Nessuno decida chi ha il diritto di vivere o morire

Può uno Stato decidere quale sia il migliore interesse di un cittadino, quando un cittadino vuole semplicemente vivere o far vivere? “Questa è la grande questione etica che sta alla base di tutta questa vicenda. Io rispondo semplicemente in questo modo: noi sappiamo bene, ad esempio, che una persona che ha un proprio caro in un ospedale, che decide di volerlo trasferire in un’altra struttura sanitaria, ha il diritto di poterlo fare. Qui diventa incomprensibile il perché di questo ‘accanimento’ – stavolta dobbiamo usare questa parola – questo accanimento contro una richiesta legittima dei genitori. Ma mi sembra proprio che tante coscienze abbiano percepito, in fondo, che cosa comporta questo: non c’è nessuno che deve determinare chi ha il diritto di vivere o di morire”.

Alfie dice a tutti noi il valore della vita

Cosa sta dicendo il piccolo Alfie a tutti noi? “Sta dicendo a tutti noi la bellezza e il valore della vita, che ogni vita un suo valore. La vita di questo bambino, che è stata definita una vita ‘inutile’, in realtà sta dimostrando che sta suscitando tanto bene all’interno della nostra società e tanti interrogativi. Ha fatto smuovere tante persone. Ha fatto nascere tante esperienze di preghiera non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E scusate se questo è poco! Da un piccolo bimbo destinato a morire”.

La lettera aperta del Patriarca di Venezia

Sulla stessa linea anche il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia che in una lettera aperta su questa vicenda ha espresso delusione per come l’Europa sembri “continuare a balbettare in” “fondamentali ambiti”. “Nessun potere umano (politico) – prosegue – può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati e istituzioni scientifiche  riconosciute come eccellenze si facciano carico del piccolo Alfie. Si tratta perlomeno di risparmiare il dolore fino al momento della morte naturale. Solo così una società progredisce”

++ Aggiornamento ore 17.30 ++ da www.vaticannews.va

 

Commento alle Letture III Domenica di Quaresima

4 Marzo 2018

III Domenica di Quaresima

Liturgia della Parola

Prima Lettura

 

Dal libro dell’Esodo (20,1-7)

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Parola di Dio

Salmo (18)

 

Signore, tu hai parole di vita eterna

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.

Seconda Lettura

 

Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinti (1,22-25)

Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.
Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Parola di Dio


Canto al Vangelo (Gv.3,16 )

 


Lode e onore a te, Signore Gesù!
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito;
chiunque crede in lui ha la vita eterna.
Lode e onore a te, Signore Gesù!
!

Vangelo

 

 Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Parola del Signore

Meditazione spirituale

Il Vangelo di Giovanni riporta intensi dialoghi, spesso lunghi e impegnativi, tra Gesù e le persone più diverse. La prima è Nicodemo, al capitolo 3; poi incontriamo la Samaritana, il cieco nato, Marta e Maria in occasione della morte del loro fratello, Lazzaro. Sono dialoghi detti di “rivelazione”, anzi, di “auto-rivelazione”, in cui Gesù, mentre parla con uno di questi personaggi, rivela se stesso, dice qualcosa di sé. Il brano di oggi, insieme a quello delle prossime due domeniche, faceva parte delle catechesi battesimali, poiché ci introduce gradualmente alla conoscenza di Gesù. I dialoghi infatti sono costruiti in modo tal da fare emergere poco alla volta la verità su Gesù come rabbi, profeta, Messia, ecc.

L’evangelista Giovanni, inoltre, nel passaggio che precede questo dell’incontro fra Gesù e la Samaritana, riporta le ultime parole di Giovanni Battista, il quale dice che lo Sposo è arrivato, e che allo Sposo appartiene la sposa. Allora il Battista scompare completamente dalla scena (diminuisce!). In questo capitolo vediamo lo Sposo che va a cercare la sposa. La cerca al pozzo, da sempre nella simbolica della Bibbia luogo di incontro e di nozze (cfr. Gen 29, 10ss).

Noi non ci possiamo fermare sui numerosi richiami biblici di questo brano perché sono veramente tanti e perciò ci dobbiamo soffermare solo su alcune intuizioni, rimandando ad una lettura più attenta.

La rivelazione di Dio non avviene in modo teorico, astratto, non scende dall’alto in modo asettico, ma accade dentro l’evento di un incontro personale. Gesù si rivela incontrando persone concrete, entrando nella loro storia, dialogando. E non potrebbe essere altrimenti, perché il nostro Dio è incontro, è relazione e non può dire qualcosa di sé se non parlando con qualcuno.

E, in qualche modo, il Signore si adatta a Colui che ha davanti: a Nicodemo, che sa tutto della legge, che va da Lui di notte, Gesù parla di sé come di un amore libero e sconfinato, che ti porta dove non sai; alla Samaritana, che ha una gran sete di amore, che arriva lì con il bagaglio della sua storia ferita e complessa, parla di acqua viva; al cieco si rivela come luce; per le sorelle che piangono la morte del loro caro, Gesù è risurrezione e vita.

Quindi Gesù raggiunge ogni storia, si fa solidale con ogni umanità: e così si rivela.

E mentre si rivela, accade qualcosa nell’interlocutore che si lascia coinvolgere nel dialogo, per cui alla fine nessuno di loro si ritrova più come era all’inizio dell’incontro: la vita ne viene trasformata e la salvezza accade dentro ogni storia.

Oggi vediamo tutto questo nell’incontro tra Gesù e la donna di Samaria.

Ci sono almeno tre motivi per cui questo incontro non sarebbe dovuto accadere: il primo, semplicemente, perché è una donna, e non era cosa decente che un rabbi parlasse con una donna apertamente. Infatti, quando i discepoli torneranno dalla città, si stupiranno alquanto di vedere Gesù parlare con lei (Gv 4,27).

Il secondo è che è una donna samaritana, e quindi in qualche modo scismatica ed eretica: la donna per prima si stupisce che Gesù le rivolga la parola e subito reagisce: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” (Gv 4, 9). E l’evangelista commenta: “I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani”.

Infine, oltre ad essere donna, oltre ad essere samaritana, era anche irregolare: aveva avuto cinque mariti, e ora conviveva con un sesto uomo, con cui non era sposata. Insomma, aveva quanto bastava per mettere in imbarazzo un bravo israelita.

Gesù non vede niente di tutto questo: vede solo una donna che ha sete, come lui ha sete. E che, come lui, ha sete di parole vere, di incontri veri, di amore vero.

Con lei, Gesù inizia un dialogo e lo inizia non come colui che dà qualcosa, ma come colui che chiede.

Chiedere è uno dei modi più belli di voler bene, di amare: è dare all’altro la possibilità di darti qualcosa, è riconoscere la sua dignità, la sua ricchezza, il suo valore.

Per cui la donna è molto stupita e subito avanza le sue obiezioni scontate, basate su differenze che dividono e allontanano: non è abituata ad essere trattata così, e deve aprirsi piano piano ad una cosa nuova.

Gesù la raggiunge proprio lì, dove le differenze per secoli avevano creato ostilità: e non fa nient’altro se non riallacciare un dialogo interrotto.

Di questo dialogo, che parla di sorgenti, di vita eterna, di spirito e verità, la donna probabilmente può capire molto poco: Gesù parla con lei di cose altissime, ma questo non è il problema. La donna arriva a capire l’essenziale, ovvero che questo uomo, questo rabbi, questo profeta, questo Messia le parla, parla proprio a lei. La conosce, sa tutto della sua storia; eppure parla con lei.

Sono io, che parlo con te” (Gv 4, 25), e parlo ora; il Messia che tu attendi perché annunci ogni cosa (Gv 4,25) è qui, e parla con te. Questa è la rivelazione che accade dentro la vita della donna di Samaria.

Questo è il dono di Dio (Gv 4,10), da conoscere, da accogliere: semplicemente, il Messia che tu attendi è qui e ti dice “dammi da bere”.

Questo cambia completamente la vita: prima questa donna era “solo” una donna, samaritana, irregolare; ora è una donna con cui il Messia parla. Nulla può essere più uguale a prima: senza che tu te ne accorga, la parola del Signore scava in te un pozzo, libera in te una sorgente.

La prova è che la donna lascia lì la sua brocca, e va (Gv 4, 28). Non ha più bisogno di una brocca chi ha trovato la sorgente, e chi ha scoperto che la sorgente abita dentro la propria vita.

Cosa annuncia? Annuncia che un uomo le ha parlato; le ha detto tutto quello che ha fatto.

Ovvero quella storia, che era motivo di vergogna e di disonore, ora è luogo e occasione di annunzio; solo così l’annuncio è vero.

Ed è diventata occasione di annuncio non perché nel frattempo sia cambiato qualcosa, non perché nel frattempo si sia “regolarizzata”.

La donna può essere vera, perché in questa sua verità povera il Signore ha portato una speranza.

Quella speranza per cui ogni vita non è altro che una seminagione, che un giorno, con pazienza, vedrà la maturazione e la mietitura (Gv 4, 34-36); e tutti ne godranno, chi semina e chi miete.

Nulla è mai chiuso definitivamente; tutto si può riaprire quando il Signore è qui, e parla con te.

+Pierbattista

II Domenica di Quaresima anno B

25 Febbraio 2018

II Domenica di Quaresima

Liturgia della Parola

Prima Lettura

 

Dal libro della Gènesi (22,1-2.9.10-13.15-18)

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Parola di Dio

Salmo (115)

 

Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi

Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme.

Seconda Lettura

 

Dalla lettera di San Paolo ai Romani (8,31-34)

Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 
Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

Parola di Dio


Canto al Vangelo (Mt. 4,4)

 


Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo

 

 Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Parola del Signore

Meditazione spirituale

Il Vangelo di oggi ci racconta la possibilità offerta ai discepoli di vedere il vero volto di Gesù, il Figlio amato di Dio. Gesù sceglierà un alto monte per rivelarsi e trasfigurarsi, simbolicamente il luogo in cui Dio si è sempre mostrato al suo popolo. Inoltre, la Trasfigurazione avviene con la presenza di due personaggi che rivestono un’importanza fondamentale nell’Antico Testamento. Mosè ed Elia rappresentano l’uno la Legge e l’altro la Profezia, e avevano annunciato sia la venuta del Messia che la sua morte e passione. Costoro però hanno ormai terminato la loro funzione: non si rivolgono ai discepoli, non parlano al popolo, si trovano accanto a Gesù, in atto di conversare con lui. I due sono dei semplici testimoni di colui che è l’unica verità e l’unico mediatore della salvezza: tutto si sta avviando verso il pieno compimento.
Attraverso la Trasfigurazione Gesù appare mediante il candore straordinario delle sue vesti, il cui colore bianco risplende magnificamente su Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli coinvolti nell’evento straordinario. La paura domina tra di loro, i discepoli non comprendono cosa stia accadendo e perché, sono solo intimoriti ed attoniti. Questo atteggiamento chiarisce la loro totale impreparazione di fronte all’evento successivo della Risurrezione. Ed ecco che una voce si ode dal cielo per fare chiarezza nei loro cuori ed afferma: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». I discepoli hanno così la possibilità, grazie alla fede, di porre a tacere la paura e di aprire completamente la loro vita a Cristo, possono finalmente comprendere che Egli è veramente il glorioso Figlio dell’Altissimo. Questo episodio ci ricollega al Battesimo di Gesù sul fiume Giordano, momento nel quale il Cristo aveva ricevuto dal Padre la missione dell’annuncio del Regno.
Con la Trasfigurazione Gesù ci fa un dono di sé, fa una rivelazione, ci rende partecipi del fatto che sta portando a compimento la sua vicenda terrena, l’opera della salvezza.
La Croce di Gesù è la prova che la vita è più forte della morte e che tutti possiamo entrare nella verità del Creatore.

I Domenica di Quaresima Anno B

18 Febbraio 2018

I Domenica di Quaresima

Liturgia della Parola

Prima Lettura

 

Dal libro della Gènesi (9,8-15)

Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra».
Dio disse:
«Questo è il segno dell’alleanza,
che io pongo tra me e voi
e ogni essere vivente che è con voi,
per tutte le generazioni future.
Pongo il mio arco sulle nubi,
perché sia il segno dell’alleanza
tra me e la terra.
Quando ammasserò le nubi sulla terra
e apparirà l’arco sulle nubi,
ricorderò la mia alleanza
che è tra me e voi
e ogni essere che vive in ogni carne,
e non ci saranno più le acque per il diluvio,
per distruggere ogni carne».

Parola di Dio

Salmo (24)

 

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Seconda Lettura

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,18-22)

Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.
Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

Parola di Dio


Canto al Vangelo (Mt. 4,4)

 


Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo

 

 Dal Vangelo secondo Marco (1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Parola del Signore

Meditazione spirituale

Il Vangelo di Marco ci presenta Gesù che, sospinto dallo Spirito di Dio, si reca nel deserto, dove si prepara per compiere la sua missione. Ancora una volta interviene nella vita di Gesù lo Spirito di Dio, il quale gli indica che cosa deve fare per realizzare il suo progetto di salvezza. Lo Spirito lo spinge nel luogo in cui è più presente il diavolo, il tentatore, la cui missione è ben evidente: dividere e separare da Dio, condurre l’umanità verso l’abisso del Male. Gesù, recandosi nel deserto, si mostra docile all’azione dello Spirito. Qui viene messo alla prova e lotta contro la tentazione, combattendo contro il nemico e le sue tenebre. 
Ed è proprio in quel deserto, costantemente tentato, che dimora quaranta giorni, convivendo con bestie selvatiche ed entrando in profonda e piena comunione con tutta la creazione. Anche gli angeli nel deserto gli si accostano e lo servono, lo riconoscono quale vero Dio e vero uomo. 
Gesù non cede alla visione del trionfo del Regno dei Cieli, non si dimentica dei suoi figli che hanno bisogno della sua guida per ricevere la salvezza eterna e non viene meno la sottomissione al Padre suo. 
Quando Giovanni, colui che ha preparato la via del Signore, viene arrestato, Gesù si reca in Galilea e annuncia la Buona Notizia al suo popolo: l’alleanza tra Dio ed il suo popolo è stata stretta in un patto non più infrangibile che avrà il suo pieno compimento sulla Croce. 
Gesù è ormai vincitore su Satana e la sua vittoria sarà la luce per l’intera umanità che, se lo seguirà e si convertirà, sarà salva.

Crescere in una società senza adulti*

Non avrebbe potuto essere più chiaro Francesco circa la svolta quanto mai necessaria da imprimere alle attuali prassi di azione pastorale rivolte alle nuove generazioni di quanto lo sia stato con l’Evangelii Gaudium: “la pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati”(EG 105).

Proprio su questo campo e più che mai urgente assimilare il suo monito e superare la stanca e rassicurante logica del “si è sempre fatto così”, e a impostare con decisione un nuovo lavoro, in grado seriamente di comprendere le inquietudini e le richieste dei giovani e di parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Lungo tale sentiero appare suggestiva la proposta che ora il Documento Preparatorio del prossimo sinodo sui giovani lancia: la proposta di una “pastorale giovanile vocazionale”.

Com’è noto, ciò che caratterizza i lavori del prossimo sinodo sarà la scelta di far interagire la sempre più nota difficoltà delle nuove generazioni con l’universo della fede (è sempre il dDocumento Preparatorio a sottolineare che la maggior parte dei giovani sta imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo è “senza” la Chiesa) con la decisiva questione, per i giovani, del proprio discernimento vocazionale. Ovvero con l’interrogativo cruciale sul tipo di adulto che si intende dare alla luce.

E’ qui che la società mostra il suo vero nervo scoperto: gli adulti – cioè coloro che hanno superato i 35 anni – sono sempre meno all’altezza della loro vocazione, cioè di quella disposizione d’animo che li renderebbe efficaci traghettatori delle nuove leve verso le sponde del mondo adulto. Non c’è studioso della nostra epoca che non sottolinei il fatto che, data la loro ritrosia ad assumere le qualità connesse alla loro età cronologica, gli adulti semplicemente scompaiono in quanto tali. E la nostra diventa una società composta da giovani (pochi) e da (numerosissimi) “falsi giovani”.

Eppure, nessuno può diventare adulto senza la mediazione di un altro adulto, allo stesso modo in cui nessuno può passare ad una “fede bambina” a una “fede adulta” senza la testimonianza di un adulto credente. Assolutamente pertinenti sono, perciò, le parole del Documento Preparatorio del sinodo: “Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare impositiva alleanza, è fondamentale in ogni percorso di maturazione umana e di discernimento vocazionale”. Iniziare a pensare alla pastorale giovanile vocazionale significherà partire da questa nuova condizione in cui le nuove generazioni si trovano ad affrontare il loro cammino: quella di chi è chiamato a crescere in una società senza adulti.

*di Armando Matteo docente di Teologia all’Urbaniana

Amoris Laetitia, manipolazioni anti-Papa

 

Ma da dove nasce un testo che mostra una radicale incapacità di staccarsi da una visione di Chiesa tutta norme e giudizi? Come è possibile che esistano teologi cattolici o comunque studiosi incapaci di comprendere che “la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio”? (Al, 311).

Monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale all’Università Lateranense, membro del Comitato nazionale per gli studi superiori di Teologia e di Scienze Religiose della Cei, non usa mezzi termini: “C’è un problema di onestà intellettuale e di incompetenza teologica. L’onestà intellettuale vorrebbe che non si mettessero tra virgolette, usandole come proposizioni d’accusa, frasi che il Papa non ha mai né detto né scritto. E, non avendole mai né dette né scritte, nel documento non compare evidentemente alcuna citazione a proposito di queste “accuse”. Si tratta quindi di considerazioni tratte da una libera e discutibile interpretazione del messaggio del Papa e di Amoris laetitia”.

Insomma, un problema metodologico che rende poco credibile tutto il resto. Ma sui contenuti?

Tante perplessità. Già sulla prima delle loro affermazioni ci sarebbe tanto da dire. A proposito della giustificazione si mostra una visione automatica e statica della Grazia, che invece è un fatto dinamico, che dobbiamo sempre invocare e che comunque non proviene dal nostro merito ma dal dono di Dio. In questo senso questa dinamica della grazia comporta che anche la persona che si è confessata, riceva il perdono e quindi è in stato di grazia non è perfetta. E se non è perfetta, ha bisogno di conversione. Questo è il percorso in cui i sacramenti ci aiutano e ci sostengono.

Come valutare l’osservazione a proposito dell’Eucarestia per i divorziati risposati?

L’Eucarestia non può essere concepita come il Pane di coloro che già sono perfetti. Ma è il panis viatorum, di coloro cioè che sono in cammino. Se dovessimo tutti attendere la pienezza dell’unione con Dio per accedere all’Eucarestia, nessuno vi potrebbe accedere. Tanto che pochi istanti prima di riceverla tutti, dal celebrante all’ultimo dei fedeli, dicono “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa”. Questo non essere degni, vuol dire che l’Eucarestia è data anche alla nostra fragilità. Del resto se la grazia è l’amicizia con Dio, Dio ci offre la sua amicizia attraverso i sacramenti. Ma non dimentichiamo che le reliquie del peccato restano anche nella persona che ha celebrato il sacramento della riconciliazione.

Ciò che nel documento si afferma a proposito della riconciliazione sembra frutto di una visione preconciliare…

Ma ancora peggio, in un punto significativo dal capitolo 12 del Decreto sulla riconciliazione del concilio di Trento – e quindi siamo in piena tradizione – si dice che nessuno può avere la certezza assoluta di essere graziato o predestinato, il che significa che nessuno può ritenersi in una situazione di “certezza” per quanto riguarda la grazia. Il Papa, con Amoris laestitia, si innesta in questa tradizione. Chi dice il contrario, come traspare dal documento, evidenzia un problema di imperizia teologica.

E la parte finale sul Modernismo e su Lutero?

Non si possono liquidare in modo così banale questioni storiche enormi. Oggi le ricerche ci hanno offerto una comprensione più profonda della teologia di Lutero e abbiamo molti documenti in più per inquadrare la questione del Modernismo, per cui agitare questi fantasmi in questo momento vuol dire essere fuori dalla storia e ignorare il frutto delle ricerche più recenti.

Eppure sulla base di queste traballanti conoscenze, si attribuiscono al Papa posizione eretiche.

Siamo al paradosso. La patente di eresia non la danno i teologi e gli studiosi. Eventualmente la dà il magistero. Qui siamo a un confronto improbabile, Il “magistero” di questi presunti dottori si sovrappone al magistero ecclesiale. Un teologo o un gruppo di teologi può esprimere un parere, non accusare di eresia. L’Esortazione postsinodale ha una qualifica di magistero ordinario e quindi va accolta come tale, non è la posizione di una scuola teologica. È l’espressione di un percorso di Chiesa. Come si fa ad ignorarlo? E come si fa ad ignorare che l’intento dell’Esortazione è preminentemente pastorale. Offre una visione dell’amore come fondamento del matrimonio che va al di là di una scansione normativa. E dicendo che è pastorale non diciamo che si tratta di un livello inferiore rispetto alla teologia. Diciamo proprio il contrario, perché la pastorale comprende e include la teologia. E non il contrario. Altrimenti il cristianesimo sarebbe una sorta di intellettualismo, proprio ciò che il Papa dice di voler evitare.

Luciano Moia, Avvenire del 25 Settembre 2017

Titolo schock, politicamente scorretto

Il girono 5 Settembre l’Italia si è risvegliata con una brutta notizia, la piccola Sofia Zago è morta nell’Ospedale di Brescia dopo aver contratto la malaria.

Tutti ci saremmo aspettati, nei titoli dei giornali italiani, solidarietà con la famiglia, o richiesta di maggiori controlli dalla sanità, ed invece, al dolore della notizia s’aggiunge l’indignazione che l’universo mondo ha potuto riscontrare nel titolo del quotidiano Libero: “Dopo la miseria portano le malattie”.

È sconvolgente come anche la morte di una bambina innocente sia l’ennesimo pretesto per fare campagna politica ed attaccare l’arrivo degli immigrati in Italia, accusati di riportare in Italia la malattia scomparsa dagli anni ’50.

Guarda caso poi, l’ipotesi più probabile, è quella la zanzara contaminata sia arrivata in valigia, si in un bagaglio o contenitore o scatola di chi, per godersi le meritate vacanze, abbia clandestinamente dato un passaggio a questi insetti, magari ancora embrionali in uova non schiuse.

La scelta del quotidiano, grazie a Dio, non è piaciuta all’opinione pubblica sollevando numerosissime polemiche contro il direttore Vittorio Feltri che, in modi e tempi diversi, strumentalizza la comunicazione che non informa ma deforma.

La stessa malaria giornalistica pare aver colpito anche i giornalisti de Il Tempo che scrivono: “Ecco la malaria degli immigrati”.

Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa sono intervenuti a riguardo prendendo le distanze da questi titoli scioccanti dicendo: “Il ricorso a titoli sensazionalistici e privi di riscontri oggettivi nei confronti di persone straniere, oltre a minare la credibilità dell’informazione, viola il testo unico dei doveri del giornalisti, in particolare in materia di diffusione di notizie sanitarie, ingenerando nell’opinione pubblica timori infondati. […] La libertà di espressione ed il rispetto dell’art. 21 della Costituzione non possono essere invocati per far passare messaggi di odio indiscriminato in una supposta interpretazione dei sentimenti dell’opinione pubblica che invece deve poter ricevere un’ informazione corretta e scevra da suggestioni infondate”.

Sarebbe interessante chiedere a Libero di realizzare un servizio su quante malattie gli europei hanno portato nei paesi, così detti, terzomondiali…ma questo non farebbe notizia!

Speranza e «macchine». La vita e la cura di Charlie (e mie)

Seguiamo tutti con il fiato sospeso la vicenda del piccolo Charlie, colpito dalla sindrome da deplezione del DNA mitocondriale e per il quale i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra e i giudici britannici, stanno decidendo l’interruzione o meno delle cure. Una storia ricca di drammaticità, emozioni, dolore ma anche di speranza e dignità. La mia è una vicinanza umana: da persona che convive con la Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia rara neurodegenerativa, e che ogni giorno ha bisogno di assistenza per compiere qualsiasi atto quotidiano, che si alimenta tramite un sondino nello stomaco tramite una pompa e che si supporta con un respiratore durante la notte e in alcuni momenti della giornata e nei momenti di stanchezza. Ma pur essendo così “dipendente” dall’altro, prigioniero di un corpo che non risponde più alla mia volontà, ho deciso di non essere “dipendente” dalla malattia. E sfido da diversi anni l’«inguaribilità» della malattia anteponendo con forza quella della «curabilità» della stessa. Perché ne sono fermamente convinto anch’io: «inguaribile» non è sinonimo di «incurabile», e questo determina uno “sguardo” diverso rispetto alla persona malata e al suo percorso di vita.

Per me essere nutrito con una pompa nella notte, essere ventilato, è la vita. Come per gli altri mangiare e bere e respirare. Spesso mi confronto con altri malati, ho appreso testimonianze incredibili come quella del padre Modesto Paris, frate agostiniano con una vita passata tra le missioni nelle Filippine, in Camerun e in Romania, e che grazie al sintetizzatore vocale ha potuto continuare a dire messa (Paris è morto di SLA il 30 maggio 2017). Penso allo scienziato Stephen Hawking, anche lui malato di SLA dall’età di 26 anni, ma soprattutto a tutte quelle persone che quotidianamente testimoniano la quotidianità della vita con la malattia, penso ai bimbi affetti da patologie simili a quelle del piccolo Charlie, senza terapie, inguaribili, secondo la dizione medica corrente, ma non incurabili e sostenuti dall’affetto, amore e cura dei propri familiari e curanti.

Queste storie sono legate da uno speciale fil rouge: la speranza. La speranza che definisco come quel sentimento confortante che provo quando vedo con l’occhio della mia mente il percorso che mi può condurre a una condizione migliore e che può diventare strumento di vita quotidiana. Quella speranza che leggo negli occhi dei genitori di Charlie e che li tiene così uniti al loro piccolo, pronti a sfidare ogni “condanna” anche di natura giuridica per salvaguardare la sua vita. Il verdetto appreso è che «non ci sono speranze di migliorare la condizione del bambino e ogni ulteriore tentativo costituirebbe un inutile accanimento». Ma di fronte alla speranza, al diritto di vita di un bimbo di 10 mesi, se pur legata a una macchina, al desiderio di due genitori di curare il proprio figlio si può accettare il parere espresso dai medici e dai giudici di “staccare la spina”? E quanti Charlie ci sono nelle nostre quotidianità? Ritengo che sia inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale e in un costo.

È lo stesso papa Francesco che ci fa riflettere: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo». Credo che noi medici, operatori sanitari in generale, le Istituzioni stesse, noi tutti dobbiamo difendere il desiderio di vita di qualunque individuo. Abbiamo una grandissima fortuna: quella di poterci rapportare e relazionarci con l’essere umano che soffre, ma che può e riesce a insegnare molto. Non si possono o si devono creare le condizioni per l’abbandono di tanti malati e delle loro famiglie, che condividono quotidianamente con la persona colpita il peso della malattia. In nessuno deve essere alimentato un sentimento di solitudine che introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, che può favorire decisioni rinunciatarie. Bisogna contrastare la corrente di pensiero che ritiene che la vita, in certe condizioni, si trasformi in un ‘accanimento’ e in un calvario inutile, dimenticando che un’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia consentono anche a chi è stato colpito da patologie gravi e altamente invalidanti di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità. In questi tempi si deve lavorare concretamente sul riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano.

Questo deve essere il punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non siano o diventino criteri di discriminazione sociale e di emarginazione. Il dolore e la sofferenza (fisica, psicologica), in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma non per questo sono senza significato: è qui che l’impegno della medicina e della scienza deve concretamente intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Questo è un compito prezioso che conferma il senso della professione medica, non esaurito dall’eliminazione del danno biologico. Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico e non manipolabile da nessuno. È e deve essere una posizione ‘laica’. Si deve garantire al malato, alla persona con disabilità e alla sua famiglia ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. È estremamente importante ribadire che esistono strumenti giuridici come la Convenzione Onu, che stabilisce come le persone malate o con disabilità debbano essere salvaguardate durante tutto il loro percorso di vita. Gli strumenti esistono, ma è necessario utilizzarli, fare in modo che le persone siano a conoscenza e che la classe medica li attui nel modo più corretto possibile. Non solo nel nostro Paese, l’indipendenza e l’autonomia del medico, che è un cittadino al servizio di altri cittadini, dovrebbero garantire che le richieste di cura e le scelte di valori dei pazienti siano accolte nel continuo sforzo di aiutare chi soffre e ha il diritto di essere accompagnato con competenza, solidarietà e soprattutto amore durante tutte la fasi della malattia. Perché la Vita è una questione di sguardi e di speranza, anche per chi è legato a delle macchine. Guardiamo prima di tutto, e ascoltiamo, la persona, non fermiamoci alla ‘macchina’ e non consideriamo una maledizione la vita quotidiana che essa consente. Ciò che oggi si pensa non essere possibile, domani chissà… la scienza è incredibile!

Mario Mellazzini, medico, malato di SLA