Alfie, una vita considerata “inutile” che ha mosso il mondo

Sergio Centofanti – Città del Vaticano

Grande delusione ieri sera, dopo il nuovo no della Corte d’Appello britannica al ricorso dei genitori di Alfie Evans che chiedevano il trasferimento del figlio in Italia, per farlo assistere dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il piccolo, 23 mesi, soffre di una malattia neuro-degenerativa ancora sconosciuta e, inaspettatamente, sta respirando da solo dalle 23.17 di lunedì, quando i medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool gli hanno staccato il ventilatore per farlo morire.

Alfie sia almeno riportato a casa

I genitori, Tom e Kate, chiedono ora di portare il bimbo a casa. Se riceveranno il no dei medici, torneranno in tribunale. “Io – riferisce Tom – resto seduto accanto al letto di Alfie ogni secondo di ogni giorno. Non soffre e non prova dolore e questo mi incoraggia sempre di più”. Il piccolo ha il battito cardiaco regolare e “sta ancora lottando”.

Mons. Cavina: incomprensibile decisione dei giudici

Sulla situazione, abbiamo intervistato il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina, che la settimana scorsa ha organizzato l’incontro tra il Papa e Tom Evans: “E’ una situazione che suscita angoscia su angoscia perché risulta una decisione veramente incomprensibile in quanto questo bambino continua a vivere. Un bambino che doveva morire dopo 15 minuti dal distacco del ventilatore, in realtà è ancora in vita. Allora, diventa incomprensibile anche questo atteggiamento dei giudici. E qui mi viene in mente quanto ha affermato don Roberto Colombo, genetista della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università cattolica di Roma, che – riprendendo una riflessione del cardinale Sgreccia – diceva che ormai non siamo in presenza di un accanimento terapeutico ma siamo in presenza di un accanimento – così lo definisce – ‘tanatologico’, cioè un’ostinazione ideologica per porre fine all’esistenza di questo bambino”. Sulla stessa linea anche il Patriarca di Venezia , mons. Francesco Moraglia che in una lettera aperta sulla vicenda di Alfie ha così dichiarato: “nessun potere umano (politico può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati e istituzioni scientifiche  riconosciute come eccellenze si facciano carico del piccolo Alfie. Si tratta perlomeno di risparmiare il dolore fino al momento della morte naturale. Solo socì una società progredisce”

Una vicenda che risvegliato tante coscienze

Alfie è diventato il simbolo di tante persone scartate dalla società odierna, voce di chi non ha voce: “Sì, io direi che questa è una delle cose positive che sono emerse da questa tragedia. La vicenda di questo bambino ha veramente coinvolto tanti credenti e non credenti, perché qui c’è la consapevolezza che si sta salvando la dignità della persona umana, il diritto di potere vivere. E quindi mi sembra di poter dire che questa vicenda ha risvegliato veramente tante coscienze”.

Il Papa subito in sintonia con questo dramma

Lei ha permesso l’incontro tra Thomas Evans e il Papa e Papa Francesco è rimasto molto colpito da questa vicenda: “Sì, il Papa è riuscito a entrare immediatamente, con quella umanità che lo caratterizza, in sintonia con il dramma, il dolore, la sofferenza del padre di Alfie. E questo ha permesso a Thomas, il papà, che era molto tremante, molto emozionato per questo incontro, di potersi esprimere veramente liberamente, anche, così, a cuore aperto. E il Santo Padre ha accolto in maniera straordinaria il dramma di questa famiglia ma anche nello stesso tempo tutte le questioni etiche e morali che ci sono dietro. E tanto è vero che poi è uscito con quella straordinaria frase: tu ricordi Dio, che non si rassegna a perdere i suoi figli”.

L’amore contro l’ideologia

Il Papa ha chiesto a Mariella Enoc presidente del Bambino Gesù di fare il possibile  e l’impossibile: “Devo dire che l’Ospedale Bambino Gesù ha dimostrato una disponibilità straordinaria e ha cercato in tutti i modi di operare perché questa opposizione assurda potesse essere cambiata. Ci si è mossi non solo da un punto di vista giuridico e legale ma anche da un punto di vista umano, ponendo contro l’ideologia il valore dell’amore, la grandezza dell’amore. Penso in modo particolare, non solo alle lettere che sono state scritte dall’Ospedale, ma a quella lettera di quelle mamme che hanno i propri figli più o meno nelle stesse condizioni di Alfie, ricoverati al Bambino Gesù. Una lettera che è di una profondità e di una linearità e nello stesso tempo di un’umanità che quando io ho letto mi ha profondamente commosso,  e neanche questa lettera è riuscita a sciogliere i cuori di questi giudici e di questi medici, e questo diventa veramente incomprensibile”.

La presenza dei poliziotti, segno di debolezza

Colpiscono le immagini dei poliziotti presenti all’ospedale, davanti all’entrata e vicino alla stanza di Alfie: “Sì, cosa che rivela forse anche la debolezza della posizione dell’ospedale. Se ha bisogno dei poliziotti per difendere la propria posizione, vuol dire che c’è il sentimento della gente che capisce che questa decisione contraddice proprio alla realtà dei fatti: che questo bambino continua a vivere”.

Nessuno decida chi ha il diritto di vivere o morire

Può uno Stato decidere quale sia il migliore interesse di un cittadino, quando un cittadino vuole semplicemente vivere o far vivere? “Questa è la grande questione etica che sta alla base di tutta questa vicenda. Io rispondo semplicemente in questo modo: noi sappiamo bene, ad esempio, che una persona che ha un proprio caro in un ospedale, che decide di volerlo trasferire in un’altra struttura sanitaria, ha il diritto di poterlo fare. Qui diventa incomprensibile il perché di questo ‘accanimento’ – stavolta dobbiamo usare questa parola – questo accanimento contro una richiesta legittima dei genitori. Ma mi sembra proprio che tante coscienze abbiano percepito, in fondo, che cosa comporta questo: non c’è nessuno che deve determinare chi ha il diritto di vivere o di morire”.

Alfie dice a tutti noi il valore della vita

Cosa sta dicendo il piccolo Alfie a tutti noi? “Sta dicendo a tutti noi la bellezza e il valore della vita, che ogni vita un suo valore. La vita di questo bambino, che è stata definita una vita ‘inutile’, in realtà sta dimostrando che sta suscitando tanto bene all’interno della nostra società e tanti interrogativi. Ha fatto smuovere tante persone. Ha fatto nascere tante esperienze di preghiera non solo in Italia, ma in tutto il mondo. E scusate se questo è poco! Da un piccolo bimbo destinato a morire”.

La lettera aperta del Patriarca di Venezia

Sulla stessa linea anche il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia che in una lettera aperta su questa vicenda ha espresso delusione per come l’Europa sembri “continuare a balbettare in” “fondamentali ambiti”. “Nessun potere umano (politico) – prosegue – può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati e istituzioni scientifiche  riconosciute come eccellenze si facciano carico del piccolo Alfie. Si tratta perlomeno di risparmiare il dolore fino al momento della morte naturale. Solo così una società progredisce”

++ Aggiornamento ore 17.30 ++ da www.vaticannews.va

 

Crescere in una società senza adulti*

Non avrebbe potuto essere più chiaro Francesco circa la svolta quanto mai necessaria da imprimere alle attuali prassi di azione pastorale rivolte alle nuove generazioni di quanto lo sia stato con l’Evangelii Gaudium: “la pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati”(EG 105).

Proprio su questo campo e più che mai urgente assimilare il suo monito e superare la stanca e rassicurante logica del “si è sempre fatto così”, e a impostare con decisione un nuovo lavoro, in grado seriamente di comprendere le inquietudini e le richieste dei giovani e di parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Lungo tale sentiero appare suggestiva la proposta che ora il Documento Preparatorio del prossimo sinodo sui giovani lancia: la proposta di una “pastorale giovanile vocazionale”.

Com’è noto, ciò che caratterizza i lavori del prossimo sinodo sarà la scelta di far interagire la sempre più nota difficoltà delle nuove generazioni con l’universo della fede (è sempre il dDocumento Preparatorio a sottolineare che la maggior parte dei giovani sta imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo è “senza” la Chiesa) con la decisiva questione, per i giovani, del proprio discernimento vocazionale. Ovvero con l’interrogativo cruciale sul tipo di adulto che si intende dare alla luce.

E’ qui che la società mostra il suo vero nervo scoperto: gli adulti – cioè coloro che hanno superato i 35 anni – sono sempre meno all’altezza della loro vocazione, cioè di quella disposizione d’animo che li renderebbe efficaci traghettatori delle nuove leve verso le sponde del mondo adulto. Non c’è studioso della nostra epoca che non sottolinei il fatto che, data la loro ritrosia ad assumere le qualità connesse alla loro età cronologica, gli adulti semplicemente scompaiono in quanto tali. E la nostra diventa una società composta da giovani (pochi) e da (numerosissimi) “falsi giovani”.

Eppure, nessuno può diventare adulto senza la mediazione di un altro adulto, allo stesso modo in cui nessuno può passare ad una “fede bambina” a una “fede adulta” senza la testimonianza di un adulto credente. Assolutamente pertinenti sono, perciò, le parole del Documento Preparatorio del sinodo: “Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare impositiva alleanza, è fondamentale in ogni percorso di maturazione umana e di discernimento vocazionale”. Iniziare a pensare alla pastorale giovanile vocazionale significherà partire da questa nuova condizione in cui le nuove generazioni si trovano ad affrontare il loro cammino: quella di chi è chiamato a crescere in una società senza adulti.

*di Armando Matteo docente di Teologia all’Urbaniana

Amoris Laetitia, manipolazioni anti-Papa

 

Ma da dove nasce un testo che mostra una radicale incapacità di staccarsi da una visione di Chiesa tutta norme e giudizi? Come è possibile che esistano teologi cattolici o comunque studiosi incapaci di comprendere che “la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio”? (Al, 311).

Monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale all’Università Lateranense, membro del Comitato nazionale per gli studi superiori di Teologia e di Scienze Religiose della Cei, non usa mezzi termini: “C’è un problema di onestà intellettuale e di incompetenza teologica. L’onestà intellettuale vorrebbe che non si mettessero tra virgolette, usandole come proposizioni d’accusa, frasi che il Papa non ha mai né detto né scritto. E, non avendole mai né dette né scritte, nel documento non compare evidentemente alcuna citazione a proposito di queste “accuse”. Si tratta quindi di considerazioni tratte da una libera e discutibile interpretazione del messaggio del Papa e di Amoris laetitia”.

Insomma, un problema metodologico che rende poco credibile tutto il resto. Ma sui contenuti?

Tante perplessità. Già sulla prima delle loro affermazioni ci sarebbe tanto da dire. A proposito della giustificazione si mostra una visione automatica e statica della Grazia, che invece è un fatto dinamico, che dobbiamo sempre invocare e che comunque non proviene dal nostro merito ma dal dono di Dio. In questo senso questa dinamica della grazia comporta che anche la persona che si è confessata, riceva il perdono e quindi è in stato di grazia non è perfetta. E se non è perfetta, ha bisogno di conversione. Questo è il percorso in cui i sacramenti ci aiutano e ci sostengono.

Come valutare l’osservazione a proposito dell’Eucarestia per i divorziati risposati?

L’Eucarestia non può essere concepita come il Pane di coloro che già sono perfetti. Ma è il panis viatorum, di coloro cioè che sono in cammino. Se dovessimo tutti attendere la pienezza dell’unione con Dio per accedere all’Eucarestia, nessuno vi potrebbe accedere. Tanto che pochi istanti prima di riceverla tutti, dal celebrante all’ultimo dei fedeli, dicono “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa”. Questo non essere degni, vuol dire che l’Eucarestia è data anche alla nostra fragilità. Del resto se la grazia è l’amicizia con Dio, Dio ci offre la sua amicizia attraverso i sacramenti. Ma non dimentichiamo che le reliquie del peccato restano anche nella persona che ha celebrato il sacramento della riconciliazione.

Ciò che nel documento si afferma a proposito della riconciliazione sembra frutto di una visione preconciliare…

Ma ancora peggio, in un punto significativo dal capitolo 12 del Decreto sulla riconciliazione del concilio di Trento – e quindi siamo in piena tradizione – si dice che nessuno può avere la certezza assoluta di essere graziato o predestinato, il che significa che nessuno può ritenersi in una situazione di “certezza” per quanto riguarda la grazia. Il Papa, con Amoris laestitia, si innesta in questa tradizione. Chi dice il contrario, come traspare dal documento, evidenzia un problema di imperizia teologica.

E la parte finale sul Modernismo e su Lutero?

Non si possono liquidare in modo così banale questioni storiche enormi. Oggi le ricerche ci hanno offerto una comprensione più profonda della teologia di Lutero e abbiamo molti documenti in più per inquadrare la questione del Modernismo, per cui agitare questi fantasmi in questo momento vuol dire essere fuori dalla storia e ignorare il frutto delle ricerche più recenti.

Eppure sulla base di queste traballanti conoscenze, si attribuiscono al Papa posizione eretiche.

Siamo al paradosso. La patente di eresia non la danno i teologi e gli studiosi. Eventualmente la dà il magistero. Qui siamo a un confronto improbabile, Il “magistero” di questi presunti dottori si sovrappone al magistero ecclesiale. Un teologo o un gruppo di teologi può esprimere un parere, non accusare di eresia. L’Esortazione postsinodale ha una qualifica di magistero ordinario e quindi va accolta come tale, non è la posizione di una scuola teologica. È l’espressione di un percorso di Chiesa. Come si fa ad ignorarlo? E come si fa ad ignorare che l’intento dell’Esortazione è preminentemente pastorale. Offre una visione dell’amore come fondamento del matrimonio che va al di là di una scansione normativa. E dicendo che è pastorale non diciamo che si tratta di un livello inferiore rispetto alla teologia. Diciamo proprio il contrario, perché la pastorale comprende e include la teologia. E non il contrario. Altrimenti il cristianesimo sarebbe una sorta di intellettualismo, proprio ciò che il Papa dice di voler evitare.

Luciano Moia, Avvenire del 25 Settembre 2017

Insegnare agli ignoranti

 

È fuori da ogni dubbio che nessuno, ma proprio nessuno di noi accetterebbe oggi di essere definito “ignorante” senza una qualche reazione di risentimento e di grave offesa. Il motivo non consiste nel fatto che, in quanto cittadini del terzo millennio, ci sentiamo più colti e culturalmente attrezzati di coloro che nel passato ci hanno preceduto, quanto nel fatto che il sapere, quasi ogni forma di sapere sembra attualmente sempre a portata di mano. O più esattamente di mouse. La distanza tra noi e un qualsiasi oggetto di sapere si è enormemente accorciata. Che si tratti di venire ad apprendere il nome di un pittore del seicento o la formula chimica di un minerale o ancora la ricetta di un dolce o infine la trama di un film famoso di cui restano nella memoria solo tracce emotive, basta sempre e comunque, in ogni condizione climatica, in qualsiasi luogo ci si trovi, a qualsiasi ora del giorno o della notte, utilizzare una delle molte connessioni alla rete Internet a nostra disposizione e subito svanisce la percezione del nostro non sapere. Della nostra ignoranza.

Perché dunque considerarsi, o addirittura lasciarsi considerare ignoranti? Si dovrebbe quasi sin dall’inizio dubitare della possibilità di imbastire una riflessione, sperabilmente utile e attuale, su quell’opera di misericordia spirituale che prevede proprio di impegnarsi a insegnare agli ignoranti. Se nessuno, ma proprio nessuno di noi accetta di essere o di finire identificato come ignorante, a chiunque sarebbe destinata tale opera di misericordia? […] Quella dell’insegnare agli ignoranti è dunque un’opera di misericordia spirituale che non dobbiamo dimenticare, ci suggerisce il Papa, ma sarà davvero possibile tutto ciò, se è vero che nessuno, ma proprio nessuno di noi accetterebbe mai di definirsi o di essere definito ignorante?

Per dare risposta a tale quesito, iniziamo a chiederci se sia del tutto vero che, attraverso gli attuali potenti mezzi della comunicazione e dell’informazione, è scomparsa ogni forma di ignoranza. Più precisamente, la domanda da cui partire e la seguente: è davvero realistico pensare che un sapere messo così piattamente e immediatamente a disposizione di tutti come oggi sostanzialmente avviene, ci autorizza a non sentirci più ignoranti e a crederci invece più intelligenti? Non c’è forse un prezzo da pagare quando il venire a sapere qualcosa non e più il frutto di un cammino, di un travaglio, di una ricerca, di una passione fortemente personale, ma è semplicemente il risultato di una velocissima interrogazione di un grande contenitore di dati, spersonalizzato e freddo, privo di corpo e quindi di emozioni e di desideri? Pieno solo di affermazioni e dove manca qualunque dubbio?

La risposta va da sé: il prezzo da pagare c’è! Ne è controprova la constatazione che, come soddisfiamo nel più breve tempo possibile il nostro desiderio di trovare le informazioni che ci servono, tramite le risorse della rete attualmente a nostra disposizione, così a una velocità quasi pari spesso le dimentichiamo. Non le ricordiamo più: un sapere che si forma in questo modo non ha quasi mai il potere di toccare il nostro cuore (il verbo ricordare ha a che fare esattamente con il cuore), la nostra intelligenza, la nostra anima, la nostra immaginazione. Non nutre null’altro che la nostra curiosità spicciola e momentanea. Non cancella in verità la nostra ignoranza. Ci offre solo l’illusione che questo accada.

(Armando Matteo, Insegnare agli ignoranti, Emi, Bologna 2015)